sabato 3 maggio 2008

Libertà(???) d'impresa

Uno dei temi più citati nell'ultima campagna di raccolta fondi per le organizzazioni a scopo di lucro PD-PDL (detta anche "campagna elettorale") è stato il mondo dei giovani e le opportunità che la società offre loro.

Fermo restando che, chiacchiere a parte, nessuno farà niente per porre fine a questa epoca di precarietà e di dittatura del capitale, tutti e due i responsabili del "comitato d'affari", la coppia del terzo millennio, Silviuccio-Walterino, hanno parlato molto di rilancio dell'imprenditoria giovanile, di agevolazioni per le nuove imprese e per giovani e donne.
Ammetto il grave pregiudizio che nutro per la parola "imprenditore", spesso causa, per me, di fastidi intestinali, ma voglio fare una riflessione: quando si parla di "libertà d'impresa" significa poter "scegliere", "decidere", "avere un'opportunità" di fare impresa; sostanzialmente in uno stato decente, chiunque dovrebbe avere diritto al lavoro, molto spesso dipendente e "salariale"; se poi questa situazione gli va stretta e/o non gli permette di sfruttare pienamente le sue capacità, allora si mette in gioco, studia, investe nella sua formazione e , anche grazie al'aiuto di un sistema bancario e finanziario sano che scommette sulle sue potenzialità, diventa un IMPRENDITORE.
Il problema nasce però negli ultimi anni, visto che la risposta che questi massoni che ci amministrano sanno dare di fronte alle istanze di un Paese fermo economicamente, dove non si assume più nessuno nemmeno sotto tortura, è "Visto che il lavoro non c'è, createvelo! Diventate imprenditori!".
Eh no, caro mio, hai chiesto il voto degli Italiani,adesso sono cazzi tuoi quelli di garantire a tutti un diritto costituzionale quale è quello del lavoro per tutti.Troppo comodo dire "arrangiatevi".
Se tutti devono mettersi in gioco, il lavoro diventa occasione di discriminazione; infatti ci sarà il giovane capace, sveglio, e probabilmente con un papà dal portafoglio abbastanza gonfio che potrà investire nella sua formazione(università, master, stage, avviamento dell'attività d'impresa e "conoscenze giuste")) e che riuscirà un giorno ad essere "IMPRENDITORE"... ma al povero cristo che passa 8-9 anni alle scuole elementari, che a 12 anni è già su un'impalcatura e che l'università non l'ha mai sentita nemmeno nominare, che non chiede altro che avere un salario col quale poter mantenere una famiglia, qualche risposta dobbiamo pur darla, cazzo!
Perciò, invece di pensare ai parameri di Maastricht ed alle critiche del "Financial Times" al sstema industriale del nostro Paese, MUOVETE UN PO' IL CULO E COMINCIATE A PENSARE ANCHE AGLI ULTIMI E NON SEMPRE E SOLO AI PRIMI DELLA CLASSE (che molto spesso sono primi anche perchè figli dell'insegnante e nipoti del preside!).
Piuttosto che insegnare ai giovani che l'impresa è la panacea di tutti i mali e che tutto è regolato dalla competizione, dal mercato, fate comprendere loro che un sistema economico è un'entità nazionale,regolato da etica e non solo da profitti, dove ognuno porta il contributo che può, secondo le sue capacità, doti, sensibilità, intuizioni.
Quindi, buona fortuna a Giampaolo o a Pierfrancesco di Torino che, dopo l'esperienza in Bocconi vogliono aprire la loro azienda perchè quella di papi comincia ad andargli stretta, MA NON CI DIMENTICHIAMO DI CALOGERO DI RAGUSA, 3 FIGLI, LICENZA MEDIA PRESA ALLE SCUOLE SERALI, CHE LAVORA IN NERO NEI CANTIERI EDILI ED AMMESSO CHE TROVI I SOLDI PER FARE IMPRESA, PRIMA DI ANDARE ALLA CAMERA DI COMMERCIO, DEVE PASSARE DAL BOSS PER CHIEDERE QUANTO PAGHERA' DI PIZZO QUANDO SARA', FINALMENTE, "IMPRENDITORE".

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